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Giancarla Codrignani sui fatti di Parigi (e quello che si muove intorno)

Di Giancarla Codrignani

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Prima di tutto: l’informazione che continua con il gridato allarmistico. La pubblica opinione ha tutto il diritto di non essere sottoposta a trattamenti mirati alla pancia, poco al cuore e quasi niente al cervello.

Poi le molte questioni da affrontare perché non degenerino.

Non c’è solo il terrorismo. il 30 novembre si apre, proprio a Parigi, il Summit sul clima, speriamo che ci si accorga che è in funzione la più grande macchina di distruzione del pianeta. L’Inghilterra parteciperà ai bombardamenti, ma andrà anche al referendum sull’unione europea.

La guerra: Stefano Silvestri, su Affari Internazionali proponeva di chiamarla brigantaggio: “terrorismo” può bastare, come dice Etiènne Balibar consapevole che resta “indefinito” e “asimmetrico”. Sappiamo la differenza: quando in Italia c’erano i mitra delle Brigate Rosse (in Germania la rote Armee Fraktion) i giornali parlavano di “guerra”. Un brivido certo percorse l’Europa nell’ottobre del 1917 quando il comunismo divenne oggetto di guerra, calda e fredda, per l’Occidente. Molti musulmani non si pronunciano su questi assassini perché sono “Islamici che sbagliano” di una lotta al sistema. Se la chiamiamo guerra, attenzione a capire: non si può produrre guerre in terra altrui, creare Guantanamo, spendere centinaia di milioni dollari in armi e uscire dai guai con la guerra. Dopo il 1945 si scoprì che la nonviolenza era meglio del nazismo.

Comunque Fraçois Hollande è partito con i bombardamenti e con la riforma della Costituzione, come Bush con il Patriot Act. L’aviazione francese aveva colpito i jihadisti nel Mali e l’Isis lì ha ripetuto la strage. Era anche andata a sostenere la democrazia contro Gheddafi e oggi la Libia è un disastro. Le elezioni presidenziali hanno affrettato le decsioni revansciste e, purtroppo, i sondaggi hanno dato ragione a Hollande con la crescita repentina di 40 punti nei sondaggi.

Il ricatto islamista gioca proprio sui nostri valori di libertà. Ma il populismo esalta gli istinti vendicativi e l’incertezza predispone alla violenza, da tempo visibilmente necrofila nelle bandiere nere dell’Isis, ma anche nei teschi sulle magliette dei giovani. Se i bombardamenti non saranno risolutivi (i marines non si possono schierare nei deserti) e se l’Onu si ferma alle dichiarazioni anodine che consentono agli stati sovrani di agire come meglio credono – per fortuna la Mogherini, nel riferirsi all’art. 42,7 del Trattato di Lisbona, ne ha legato l’interpretazione ai soli accordi bilaterali – bisognerà evitare di seguire il Califfato dove vuole portarci.

Proprio l’imprevedibilità del terrorismo dimostra che c’è bisogno di “più Europa” e di mantenimento di Schengen contro ogni ritorno a frontiere ormai illusorie. Non possiamo perdere i nostri diritti già condizionati dalla necessità di maggiori controlli. La vulnerabilità dei singoli, sia Stati che individuii, reclama, un unico servizio di intelligence (chiesto dal governo italiano dopo l’attentato a Charlie Ebdo). Nessuno può mantenere l’esclusiva dei propri mezzi, rinviando alla riforma dei Trattati.

Il “week wend agli arresti domiciliari” proclamato in Belgio è stato oltre che inutile dannoso: ha aggravato l’ansia pubblica, soprattutto avendo esplicitato il pericolo di armi chimiche e biobatteriologiche: da quando si avvelenavano i pozzi si sa che ci sono e che gli Stati ufficialmente le negano consapevoli che quelle chimiche possono diventare il “fai da te” a basso costo, mentre per ii biobatteriologico ci si fida nella gran bontà dei cavalieri dell’Ariosto.

I nemici: pur rifiutando la guerra, si deve accettare che ci siano. Ma anche che per vincere il loro odio non ci si deve cadere dentro. Per Al Baghdadi i nemici sono in primo luogo gli eretici (gli sciiti e gli occidentali cristiani, i “crociati”), poi gli infedeli, i capitalisti, i corrotti: peccatori già dannati. Vorrebbe imporre a tutti i musulmani il divieto di fumare, di bere alcoolici, di possedere depositi bancari, di umiliare le donne, di affidare l’educazione alla madrasa coranica, di avere tv, libri, teatro, di fare musica. Nemmeno tutti i miliziani (e le miliziane) accetterebbero l’asservimento sessuale e la vendita delle donne, che sono anche madri e sorelle, non solo puttane. Tanto più che gli stessi fondamentalisti abitano già quel mondo che rifiutano, catturati dalle nuove, non neutre, tecnologie e dalla merce/denaro del petrolio.

Nontutti i musulmani e tutti gli arabi sono islamisti fanatici (come noi italiani non siamo tutti mafiosi). La crescita della xenofobia e del razzismo – che è reale e rivela la nostra debolezza – serve solo ad accrescere la violenza di chi, soffrendo disagio economico e relazionale, si lascia suggestionare dalla propaganda islamista: i giovani simpatizanti del califfato sono cittadini francesi di seconda e terza generazione che, se vivono nella banlieu, pensano che nello stato islamico, avranno una buona sistemazione.

Le religioni non c’entrano. Purtroppo servono ai delitti peggiori quando dio diventa un idolo e la fede si fa ideologia. Il Corano – come la Bibbia o i Vangeli o i detti del Buddha – vanno interpretati. Purtroppo l’educazione rende dipendenti dal magistero, che condiziona le coscienze non autonome.

La prevenzione di conflitti che possono degenerare non è stata neppure pensata: l’attentato delle “torri gemelle” è del 2001 e, anche se Tony Blair ha chiesto scusa, l’intervento in Iraq non può trovare indulgenza. In questi anni i paesi forti, principalmente gli Usa, hanno continuato a finanziare e rifornire d’armi soprattutto i sunniti, per condivisione, si suppone, con gli interessi dell’Arabia Saudita e del petrolio. Anche l’Isis è sunnita: a prescindere da ogni simpatia con Putin, qualcuno dovrebbe spiegare come mai la Siria – maggioranza sunnita governata da minoranza alawita – ha un presidente che fino a cinque o sei anni fa frequentava l’Eliseo e l’Italia nel 2008 gli aveva attribuito il cavalierato di Gran Croce. Come già l’Iraq e la Libia, la Siria, anche se il vescovo cattolico di Aleppo esercitava il ministero liberamente, era da tempo un obiettivo (del resto anche l’Iran) non solo per difendere i diritti umani. Nel contesto manca ancora certezza sulla posizione della Turchia di Erdogan; il quale sogna di ricostruire se non un impero, almeno una federazione ottomana di osservanza sunnita, ma ha fin qui favorito l’Isis/Daesh, lasciando passare rifornimenti, armi ed elettronica, e boicottato la resistenza curda antijihadista. Vedremo quanto sarà omogenea l’alleanza anti-califfo di Francia, Usa, Russia, Turchia, Arabia Saudita….

La crisi non è sparita, anche se Hollande ha detto che il “patto di sicurezza” prevale sul “patto di stabilità”. Il deficit – a partire da quello francese – anche se la finanza ci ha abituato a tutto – non è variabile a piacere e le guerre valutarie sono sempre dietro l’angolo. Dove andrà il Pil? Il mercato potrà dire di tirare al massimo, i nuovi contrasti tra Draghi e Weidman non garantiscono gli sperati movimenti della Bce per rialzare l’inflazione e salvare l’eurozona: gli imprevisti di spesa non sono senza conseguenze per i mercati finanziari, per l’occupazione/disoccupazione, le ripercussioni elettorali e gli stessi equilibri democratici.

Piangere sul latte versato dei sempre rinnovati investimenti, produzioni e commerci delle armi non serve: questo genere di richiesta dice che evidentemente all’uomo le guerre “piacciono” e le preferisce alla diplomazia e alla cooperazione disinteressate e non eternamente post-colonialiste. I paesi affacciati sul mare del Nord non si sono mai sentite parte del Mediterraneo, anche se nel 1995, proprio alla fine di un novembre diversamente pieno di aspettative, la Conferenza di Barcelona si illuse di fondare il partenariato euro-mediterraneo. Adesso si constata che le “primavere arabe” erano illusorie e che il Medioriente è preda del caos: se perdiamo la testa, il caos dilagherà come sperano i jhadisti. Oggi, per forza, si deve ricominciare a tessere condivisione civile.

Idee per fare qualcosa ne circolano poche, nessuna immediata. Tuttavia, in attesa di una riduzione concertata della produzione e commercio delle armi (a partire da quelle “leggere” e dalle “non letali” messe in produzione per destinarle ad altri), bisognerebbe intercettare subito almeno le esportazioni (semi)clandestine, proprie di reti criminali che commerciano la droga e il traffico degli esseri umani (impressionante la denuncia odierna del Sole24Ore). La questione Israele/Palestina dal 1947 rappresenta l’origine della conflittualità mediorientale: deve restare all’ordine del giorno nelle relazioni diplomatiche europee, per non trasformare il Mediterraneo – già pieno di cadaveri – in mare di portaerei. Se la civiltà è fatta di cultura, è tempo di verificare contenuti e metodi delle pratiche di accoglienza, assistenza (anche giuridica), mediazione, integrazione o assimilazione degli immigrati: le braccia incontrollatamente aperte di Angela Merkel, i muri dei governi di destra, il divieto dei veli, l’ammissione nei tribunali inglesi della sharia o il silenzio sulle mutilazioni genitali femminili mostrano nostre scarse capacità di percepire le trasformazioni del mondo e di applicare correttamente i diritti umani.

Non ultima la necessità di prestare attenzione all’impiego delle nuove tecnologie. Paradossalmente la campagna promozionale dell’Isis che cerca “amici” o terrorizza sui media è di gran lunga superiore alla nostra pratica di copia-e-incolla e di tweet deficienti. Anonymus starà bene ma la pratica non è solo delatoria: mostra che chiunque può penetrare i nostri siti. Una modernità cosciente del futuro deve fare politica con i mezzi moderni e interessati alla civiltà dei rapporti umani.

Vous n’aurez pas ma haine”

Vendredi soir vous avez volé la vie d’un être d’exception, l’amour de ma vie, la mère de mon fils mais vous n’aurez pas ma haine. Je ne sais pas qui vous êtes et je ne veux pas le savoir, vous êtes des âmes mortes. Si ce Dieu pour lequel vous tuez aveuglément nous a fait à son image, chaque balle dans le corps de ma femme aura été une blessure dans son coeur.

Alors non je ne vous ferai pas ce cadeau de vous haïr. Vous l’avez bien cherché pourtant mais répondre à la haine par la colère ce serait céder à la même ignorance qui a fait de vous ce que vous êtes. Vous voulez que j’ai peur, que je regarde mes concitoyens avec un oeil méfiant, que je sacrifie ma liberté pour la sécurité. Perdu. Même joueur joue encore.

Je l’ai vue ce matin. Enfin, après des nuits et des jours d’attente. Elle était aussi belle que lorsqu’elle est partie ce vendredi soir, aussi belle que lorsque j’en suis tombé éperdument amoureux il y a plus de 12 ans. Bien sûr je suis dévasté par le chagrin, je vous concède cette petite victoire, mais elle sera de courte durée. Je sais qu’elle nous accompagnera chaque jour et que nous nous retrouverons dans ce paradis des âmes libres auquel vous n’aurez jamais accès.

Nous sommes deux, mon fils et moi, mais nous sommes plus fort que toutes les armées du monde. Je n’ai d’ailleurs pas plus de temps à vous consacrer, je dois rejoindre Melvil qui se réveille de sa sieste. Il a 17 mois à peine, il va manger son goûter comme tous les jours, puis nous allons jouer comme tous les jours et toute sa vie ce petit garçon vous fera l’affront d’être heureux et libre. Car non, vous n’aurez pas sa haine non plus”.

Antoine Leiris

Appello per una mobilitazione nazionale ed un piano d’azione delle organizzazioni sociali contro il terrorismo e la guerra, il razzismo e i predicatori d’odio. Per la pace e l’umanità

Di seguito il testo dell’appello promosso dalla Rete della Pace al quale, come Dieci e Venticinque, abbiamo aderito.

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Esprimiamo profonda solidarietà alle vittime e ai familiari dell’attacco terroristico di Parigi. Ci stringiamo a tutta la popolazione francese per il dolore e il lutto che hanno subito, ma non scordiamo l’angoscia in cui sono quotidianamente immersi popoli come quello siriano, iracheno o nigeriano. Condanniamo nel modo più netto e deciso la follia distruttiva della violenza e del terrore che attraversa il Mediterraneo, l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa.

La guerra è dentro le nostre società. E’ dentro il nostro quotidiano. E’ dentro il nostro modello di sviluppo. La nostra società si arricchisce con la produzione di armi che servono per fare le guerre che poi condanniamo e che vorremmo reprimere con nuove armi e nuove guerre. Una spirale che va fermata e sostituita con una diversa idea di società e di convivenza universale, fondata sugli stessi valori che oggi sono stati brutalmente attaccati in Francia: libertà, uguaglianza, fratellanza.

Proviamo rabbia e delusione per il fallimento delle istituzioni, nazionali e internazionali cui tutti noi abbiamo delegato la sicurezza, il rispetto dei diritti umani, che non hanno fatto leva su diplomazia e cooperazione per prevenire e gestire i conflitti .

Non vogliamo nuove spedizioni ed avventure militari.

Vogliamo costruire la pace e fermare la spirale di violenza e di follia umana con il diritto, le libertà, il dialogo, la solidarietà, la cooperazione, la giustizia sociale, il lavoro dignitoso, il rispetto dell’ambiente, la costruzione di una difesa comune europea, a partire dalla difesa civile non armata e nonviolenta con l’istituzione dei Corpi Civili Europei di Pace.

Non è più tempo di ipocrisie, di tolleranza e favoritismi politici, di deroghe ai principi fondanti della nostra società, di premiare gli interessi propri sottomettendo gli interessi universali, di giustificare le occupazioni, i regimi autoritari per non disturbare i mercati o il prezzo del petrolio.

Basta produrre e vendere armi per fare le guerre. Basta dire che non esiste alternativa alla guerra.

Il razzismo e i predicatori d’odio vanno fermati per impedire che la paura e la violenza dilaghino e che in nome della sicurezza siano demolite progressivamente le nostre libertà e le conquiste democratiche.

Va contrastata concretamente la deriva politico-culturale che spinge l’Europa verso un ritorno al passato, dove erigere muri e indicare lo straniero, il migrante, il rifugiato, come nemico, serve per raccogliere consensi elettorali e distrarre l’opinione pubblica dai problemi interni.

L’islamofobia rischia di diventare un sentimento diffuso e di alzare dentro le nostre società muri invalicabili, producendo discriminazioni e divisioni. Spingendo una parte della popolazione, soprattutto le giovani generazioni, a ricercare identità e appartenenza tracciando confini invalicabili tra differenze religiose e culturali concepite come inconciliabili tra loro.

Bisogna fare presto per fermare questa follia umana, con gli strumenti che già abbiamo a disposizione: le armi del diritto e della democrazia. Per evitare che l’Europa, il pianeta intero e i suoi abitanti vengano travolti in una spirale distruttiva irreversibile, a partire dagli impegni che gli stati debbono assumere alla COP21 che si terrà proprio a Parigi, dal 30 novembre prossimo, vero banco di prova del cambiamento necessario ed indispensabile.

Abbiamo bisogno di fare società, tessere relazioni sociali, ricostruire spazi collettivi di confronto e di scambio culturale.

Questo è il nostro impegno per ricordare il sacrificio di chi ha perso la vita e i propri affetti a causa delle guerre che non ha voluto e della follia che non ha potuto fermare.

Per questo invitiamo tutte le organizzazioni sociali a organizzare a partire da domani iniziative, momenti di riflessione, assemblee nelle città, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei circoli, nelle sedi sindacali, nelle parrocchie per definire dal basso e a partire dai territori un piano di azione nazionale contro il terrorismo, le guerre e il razzismo.

 

Per adesioni ——->   stopguerreeterrore@gmail.com

La responsabilità di fare la storia

bologna 21 marzo di Valeria Grimaldi

 Dal nostro mensile di aprile “21 marzo, sempre”

Lo si ripete più e più volte. Il nostro è un paese la cui storia è segnata dalle stragi, tentativi di golpe (alcuni, a quanto pare, andati a buon fine) che hanno destabilizzato le fondamenta della nostra democrazia e cambiato il corso della storia. Un cambiamento che trascina i suoi effetti fino ad oggi, a 60, 50, 40, 30, 20 anni da quegli eccidi: non esiste una sola decade che non abbia conosciuto esplosioni e sangue di innocenti che scorre, come un fiume in piena. Nella XX giornata della memoria e dell’impegno per le vittime innocenti di tutte le mafie, insieme all’elenco delle vittime di mafia, Libera e Don Ciotti hanno voluto includere anche altri nomi, quelli delle vittime della Strage del 2 agosto, dei treni Italicus e Rapido 904, della strage di Ustica e della Uno Bianca. Stragi che trovano qui, a Bologna, un comune denominatore che intreccia storia giudiziaria e storia di vita. Nel seminario “Terrorismo e mafie, tra verità storica e verità giudiziarie”, si è cercato di mettere un punto a tante scomode verità; si è seguito un filo rosso che accompagna tutta la storia della nostra repubblica: da Portella della Ginestra, in quel 1 maggio 1947, alle stragi del “continente” nel 1993 tra Firenze, Roma e Milano; passando per Bologna, alla stazione, quello squarcio rivolto al cielo; l’Italicus e il Rapido 904, Piazza Fontana e Piazza della Loggia. Un Paese unito sotto il (di)segno di un uso politico della storia e delle strutture del nostro ordinamento. E’ questa una prima certezza. Una certezza che viene detta con forza da tutti i relatori presenti: Maurizio Torrealta, giornalista che si è sempre occupato di queste tematiche; Cinzia Venturoli, storica che da anni conduce un lavoro di sensibilizzazione coi giovani e con le scuole; Manlio Milani, presidente dell’Associazione Familiari delle vittimi di Piazza della Loggia; Raimondo Catanzaro, sociologo esperto di mafia e terrorismo; Vincenzo Macrì, procuratore generale di Ancona, già giudice e procuratore generale a Reggio Calabria e sostituto procuratore alla Direzione Nazionale Antimafia, vice di Pietro Grasso; e Ilaria Moroni, moderatrice dell’incontro, della Rete degli archivi per non dimenticare (http://www.memoria.san.beniculturali.it/ ). Intervengono, dopo una prima battuta di riflessioni, i magistrati Leonardo Grassi (che si occupò nella sua carriera dei processi Italicus bis e Strage di Bologna bis) e Claudio Nunziata (anche lui si occupò della Strage del 2 agosto, dell’Italicus e del Rapido 904); gli storici Francesco M. Biscione (fu consulente per la Commissione Parlamentare d’inchiesta sul terrorismo) e Francesco Di Bartolo (che si è occupato, e continua ad occuparsi, di Portella della Ginestra). Tante voci, diverse, ma che sembrano parlare all’unisono. C’è una certezza, abbiamo detto. E cioè la destabilizzazione che le stragi hanno provocato nella nostra storia e nella nostra democrazia, cambiandone sicuramente la direzione. Viene quasi automatico provare ad immaginare, a questo punto, come sarebbe stato il nostro Paese, come sarebbe oggi. Ma è un pensiero inutile, che scarica facilmente le colpe che ciascuno di noi ha e di cui deve farsi carico. Perché sono tante altre le certezze, una in particolare. Più volte ribadita in tantissime sedi, ma che in questa occasione acquista un significato che pesa sulle spalle. E’ proprio la verità la grande assente della nostra storia. E questo perché “spaventa”, come sostiene Catanzaro, o è addirittura “inconfessabile”, come invece sostiene Nunziata. Questo concetto così reale e fugace al tempo stesso, viene declinato in una moltitudine di sfaccettature che te ne fanno cogliere l’estrema duttilità. Ma anche la necessità che venga gridata a gran voce. Il rapporto tra verità storica e verità giudiziaria, all’interno di un ordinamento giuridico, non dovrebbe nemmeno porsi. Il giudice accerta i reati all’interno di un processo, non la storia. E lo storico, come spiega bene Cinzia Venturoli, proprio lì dove il giudice è costretto a fermarsi per le regole processuali, ha il dovere di andare avanti. Una “responsabilità di fare la storia”. Il fatto che le sentenze, quelle poche che giudizialmente sono arrivate ad un accertamento penale delle responsabilità, arrivino a ricostruire fatti e pezzi della storia del nostro paese, è una anomalia tutta italiana, proprio perché, come già ribadito, le stragi, sia di terrorismo che di mafia (e molto spesso entrambi hanno concorso nella loro realizzazione), hanno avuto un preciso scopo politico. E anche perché, dall’altro lato, come ribadisce anche Manlio Milani, gli storici non stanno facendo la loro parte, salvo rare eccezioni: insieme ai mass media “si rinchiudono nella facilità del mistero e del misterioso”; sul terrorismo brigatista ci sono state una infinità di pubblicazioni, mentre su questo periodo si fa un enorme fatica perché, dice sempre Milani “risulta più facile entrare in collisione con il potere”. Quel potere che ha utilizzato i nostri apparati per una precisa finalità di politica interna. Un cerchio che si chiude, insomma. “Non si può capire il presente e soprattutto costruire il futuro, senza conoscere il passato”, dice il procuratore Macrì. Un passato che a fatica riesce a costruire memoria e conoscenza. Le due chiavi di lettura necessarie affinché tutti possiamo renderci responsabili di fare la storia. Di conoscerla, capirla, e farla nostra. Quel “io so, ma non ho le prove”, di pasoliniana memoria, riecheggia nell’aria costantemente. Ma si arresta ad un certo punto, non può che essere costretto a fermarsi. Da un muro di parole e di commozione dell’unica persona intervenuta che non mi sono sentita di includere insieme a tutti gli altri. Franco Sirotti è fratello di Silver Sirotti, una delle vittime del treno Italicus, che nel 2014 ha compiuto 40 anni da quella bomba deflagrata fuori dalla galleria del Grande Appenino, e che fece 12 morti e 48 feriti. Silver era conduttore per le Ferrovie dello Stato: diplomato, studente di ingegneria. Era lì, ci racconta Franco: non era il suo turno quel giorno, ma fu chiamato lo stesso per essere in servizio su quel treno espresso Roma-Monaco di Baviera, in quella calda estate del ’74. Aveva solo 14 anni Franco, quando seppe che il fratello 24 enne era una delle vittime di quella strage: un giorno che non ha mai dimenticato e che gli ha cambiato la vita per sempre. La cosa sorprendente della storia di Silver, e di Franco, è che Silver era sopravvissuto all’esplosione: non si trovava nella quinta carrozza dove era stata posizionata la bomba. Ma decise, con un estintore in mano, di gettarsi tra le fiamme, per salvare le persone intrappolate in quell’inferno di fuoco. E da quell’inferno non fece più ritorno. “Per la celebrazione dei quarant’anni della strage, lo scorso 9 maggio, mi è successa una cosa straordinaria”: Franco racconta di aver conosciuto per la prima volta, dopo quarant’anni, Mauro Russo, uno dei sopravvissuti alla strage grazie all’intervento di suo fratello Silver, insieme alla sorella Marisa, purtroppo scomparsa qualche anno prima per un male incurabile. E conobbe anche un’altra famiglia, di Castel Franco Emilia, che fu spostata dalla quinta carrozza ad un’altra proprio da Silver, per farli stare più comodi, e salvandogli, casualmente, la vita. «Controllore in servizio, in occasione del criminale attentato al treno Italicus non esitava a lanciarsi, munito di estintore, nel vagone ov’era avvenuta l’esplosione per soccorrere i passeggeri della vettura in fiamme. Nel nobile tentativo, immolava la giovane vita ai più alti ideali di umana solidarietà. Esempio fulgido di eccezionale sprezzo del pericolo e incondizionato attaccamento al dovere, spinti fino all’estremo sacrificio. Alla memoria.» (Medaglia d’oro al valore civile) Non nasconde l’emozione, Franco. E non la nascondo nemmeno io. Per quel ragazzo, poco più grande di me, che ha dato la sua vita per salvarne altre. Forse ad una verità piena non si arriverà mai. Ma questo non ci giustifica dalla nostra responsabilità, la stessa di cui parlavo prima. Una responsabilità che ci chiede, a gran voce, che il coraggio di Silver non venga mai dimenticato.

Pentimenti, giustizia e verità

N 24 Luglio-Agosto 2014

Dall’ultimo mensile di DIECI e VENTICINQUE (scarica)

 

Partiamo da un dato: senza i collaboratori di giustizia non sapremmo tutto quello che oggi sappiamo sulle mafie. Non sapremmo i rapporti al loro interno, i riti, i misteri e le verità. Probabilmente dubiteremmo ancora dell’esistenza della mafia. Eppure, questi, nascono col nascere delle mafie nonostante solo con Falcone diventino uno “strumento” fondamentale nelle mani della giustizia. Sicuramente hanno avuto un ruolo di primaria importanza nella lotta al terrorismo, ma quella, come ben sappiamo, è un’altra storia.

 

Il primo pentito di mafia nella storia d’Italia «si chiamava Salvatore D’Amico. A metà dell’Ottocento faceva parte della fratellanza degli stuppagghieri di Monreale. Si trasferì a Bagheria, la cui cosca, detta dei fratuzzi, era in guerra con quella monrealese. Iniziò a temere per la sua vita e decise di dire quello che sapeva sulla mafia ai giudici: “undici giorni dopo il D’Amico veniva trovato crivellato da lupara, con un tappo di sughero in bocca (u stuppagghiu) e con sugli occhi il santino di stoffa della Madonna del Carmine che i fratuzzi portavano al collo a mo’ di amuleto e di riconoscimento. La mafia aveva ritrovato l’unità per punire il traditore, anche se le due cosche continuarono per altri anni a distruggersi a vicenda”».[1] Melchiorre Allegra, medico trapanese “pentito” nel 1937, era «affiliato alla famiglia mafiosa palermitana di Pagliarelli, aveva raccontato, agli ufficiali di polizia che lo avevano arrestato, la struttura di Cosa Nostra, il rito della “punciuta”, i nomi delle famiglie più importanti e i legami con la politica, la sanità e gli affari».[2] Erano gli anni ’30. Altri tempi. Tra D’Amico e Allegra intercorrono storie di pentitismi, collaborazioni e confidenze. Nei verbali venivano chiamati “dichiaranti” ma le scarse norme legislative sul tema e le diverse condizioni storiche del tempo hanno lasciato poche tracce delle testimonianze di questi personaggi. Difatti le notizie sono scarse sulla storia del pentitismo prima di Leonardo Vitale. Un “pentito” vero, quest’ultimo. Rese dichiarazioni spontanee dopo una lunga e travagliata riflessione, cercava un ravvedimento, voleva rimediare per il male fatto così come insegna il catechismo della Chiesa Cattolica. I collaboratori da ricordare, per importanza e verità, non sarebbero pochi. Ci sarebbe da raccontare anche di quei “falsi pentiti”, orchestrati a dovere per confondere le carte in gioco e creare sfiducia in questo strumento. Collaboratore però, non è sinonimo di “pentito”. Ognuno di loro è mosso da un motivo diverso che li porta a collaborare con la giustizia. I soldi, la protezione, o forse un riscatto per il male fatto. Spesso considerati dei delatori, che poi è il peccato di Giuda (e il paragone, non mio, è tristemente infelice), sono da sempre osteggiati e criticati dalla pubblica opinione e da molti addetti ai lavori. Eppure costituiscono un pilastro fondamentale della lotta alla mafia. In questo paese, e non solo. Forse basterebbe proteggerli maggiormente, seriamente, in base alla storia e alle verità riscontrate e non trattarli tutti allo stesso modo. Del resto, da D’Amico, a Buscetta, fino ad arrivare a Iovine, è cambiata la mafia, non il modo di trattare e “usare” i collaboratori di giustizia. Almeno fin quando questi, si limitano a portare verità che non fanno male a molti.

[1] M. Pantaleone, Mafia e politica, Einaudi, Torino cit., p. 22

[2]G. Bongiovanni e A. Petrozzi, Leonardo Vitale, la prigione della follia, l’Unità, 23 dicembre 2009, p. 36