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Scenografia della Storia, speranza del presente

Di Salvatore Celentano

Io me lo immagino un concerto dei Modena City Ramblers in quella sala che anche nell’alternanza di buio e luce accecante conserva il suo originale colore verde un po’ sbiadito per tutta la sporcizia che si è accumulata con il tempo. Certo, non tutte le trenta gabbie dei detenuti sarebbero più state funzionali, ma quelle più simboliche avrebbe avuto un senso conservarle. Immaginate di fare il biglietto dove ora c’è il metal detector e i controlli di sicurezza, immaginate di saltare e pogare al ritmo delle canzoni di un concerto del venerdì sera là dove Totò Riina, Bernardo Provenzano e Michele Greco vennero condannati all’ergastolo, nel luogo dove è venuta alla luce la più triste delle storie del nostro paese, l’aula-bunker dove Falcone e Borsellino portarono a processo 475 imputati. Ad aprire il concerto dovrebbe però essere qualcuno di autoctono, una di quelle band indie della periferia cittadina, forse non troppo originali, ma piacevoli, uno di quei gruppi che prova in un centro giovani che fa fatica a restare aperto con i finanziamenti pubblici, ed è per loro che bisognerebbe pagare il biglietto.

Nella seconda metà degli anni ‘80 quella struttura ottagonale, con un soffitto resistente ad attacchi aerei costruita in sei mesi grazie al lavoro di 120 operai, era nel pieno dell’attenzione mediatica e Salvo Palazzolo, ora giornalista de La Repubblica, ma al tempo studente appassionato, ci racconta che attorno all’Ucciardone si concentrava anche un vivace fermento giovanile. Quei ragazzi solidarizzavano fuori e dentro l’aula con i magistrati del pool e credevano che il miglior modo per celebrare il loro lavoro fosse proprio trasformare alla fine del maxi-processo quell’aula in una sala concerti e donarla ai ragazzi della città.

Noi siamo entrati in quel palazzo a 31 anni dalla pronuncia delle sentenze, ma non per ballare, perché non si sente musica, non si sente alcun rumore se non quello, allo stesso tempo necessario ma fastidioso, dei condizionatori accesi e la voce di Nino di Matteo alternata a quella dei vari avvocati della difesa. Ci siamo seduti nelle tribune adibite al pubblico, niente foto e niente video, ci hanno avvertito, abbiamo ascoltato.

Di Matteo, per i pochi che ancora non lo sapessero, è stato per 19 anni Pubblico Ministero alla Procura di Palermo e da pochi giorni è stato comunicato il suo trasferimento a Roma al servizio della Procura Nazionale Antimafia, ma questo fortunatamente non lo costringerà a lasciare i procedimenti di cui già si sta occupando, tra cui la cosiddetta trattativa stato-mafia, in particolare il filone sul presunto concorso esterno in associazione mafiosa dell’allora colonnello dei R.O.S. Mario Mori. Di Matteo è sotto scorta dal 1993 e le motivazioni sono chiare, più volte minacce provenienti da cosa nostra hanno colpito il magistrato, una delle quali da Totò Riina che dal carcere dice: “a Di Matteo lo faccio finire peggio del giudice Falcone”.

Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Riina vuole fare come ai vecchi tempi, è un irascibile Totò, non si può ragionare con lui. Dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, figlio di Vito, ex sindaco di Palermo e protagonista del triste capitolo di speculazione edilizia del Sacco di Palermo, si evince che la cattura del boss di Cosa Nostra sia stata consentita proprio per questo. Quando il generale Mori incontra Ciancimino padre per provare ad intavolare una trattativa con i vertici mafiosi, questo gli consegna un papello di richieste scritte da Riina, tra cui l’abolizione della legge sui pentiti, del 41bis e della legge Rognoni-La Torre. Richieste inaccettabili per lo stato che sarebbe stato assalito dall’opinione pubblica. Per questo Ciancimino gli propone un’alternativa: arrestare Riina affinché il potere potesse passare a Bernardo Provenzano, carattere più mite, con lui si può ragionare.

Un altro punto di contatto tra il colonnello Mori e Provenzano che è sotto la lente di ingrandimento di Nino Di Matteo è il mancato arresto del successore di Riina nel 1995. Il colonnello Michele Riccio afferma infatti che sarebbe stato possibile per i R.O.S. compiere l’arresto grazie alle rivelazione del pentito Luigi Ilardo, ma che volutamente abbiano esitato permettendo a Provenzano di restare latitante per ulteriori 11 anni. Ed è proprio su questo episodio poco chiaro agli occhi dei PM che si sono concentrate le domane alla dottoressa Teresa Principato, anch’essa magistrato della Procura di Palermo, sia chiaro non perchè indagata, ma perchè possibile persona informata sui fatti.

Terminata l’udienza ci siamo affacciati alle ringhiere della nostra tribuna e abbiamo fissato Di Matteo in un silenzio che nascondeva timore, rispetto e reverenza. Lui ci ha lanciato un saluto e poco dopo, all’uscita, ci hanno chiesto se lo volessimo incontrare, l’opportunità andava sfruttata al volo. Abbiamo ottenuto il permesso dal capo scorta, siamo entrati in un buio garage dove ci aspettava vicino al Bomb-Jammer che lo trasporta ovunque e circondato dagli uomini della scorta. Il piacere evidente di farsi fare domande unito all’impossibilità di dare risposte, una foto, un arrivederci e siamo usciti. Abbiamo riflettuto sulle nostre sensazioni di quell’incontro, di quell’udienza, i troppi non ricordo della teste, i nomi tanto celebri quanto infimi che aleggiavano in quell’aula verde che sembrava rimasta a trent’anni fa.

La trattativa ci fu, ne sono convinti i Magistrati della Procura di Palermo e lo afferma Francesco Del Bene, sostituto procuratore, in un intervista a Servizio Pubblico, programma di Michele Santoro, lo dimostrano già alcune sentenze, quello che ci rimane da capire è chi ha effettivamente trattato. Questi magistrati continuano ad indagare, portano avanti un processo a nome dello Stato contro lo stato che si è piegato e ha concesso legittimità al tritolo. Indagano contro i depistaggi, contro una dannata trinità mondana mala politica-mafia-massoneria. Ma combattono anche al nostro fianco, o meglio noi al loro fianco, quei lenzuoli, da sempre simbolo della lotta alla mafia, con la scritta IO STO CON NINO DI MATTEO non sono striscioni di una tifoseria, ma segno di una cittadinanza che sa da che parte schierarsi.

 

 

celentano

I ragazzi del Presidio universitario di Bologna “I ragazzi della casa dello studente” nei sotterranei dell’Aula Bunker con Nino Di Matteo

 

 

 

Abbiamo le prove, ma non lo sappiamo: è stato la mafia?

Politica, stragi, mafie e antimafia: storia italiana degli ultimi vent’anni a teatro.

travaglio

di Irene Astorri

“Io so ma non ho le prove” scriveva Pier Paolo Pasolini negli anni settanta riguardo alle bombe che insanguinarono l’Italia. “Noi, invece, abbiamo le prove ma non sappiamo. Non abbiamo bisogno di processi che stabiliscano se effettivamente la Trattativa Stato-Mafia è stata presunta o reale. Sono gli autori della stessa che, parlandone, usano quella parola. Abbiamo le prove dei fatti ma non sappiamo, perché chi dovrebbe farci sapere continua a confondere le acque.” Ci sono quindi due modi per raccontare la trattativa: quello utilizzato dalla stragrande maggioranza dei media che la definiscono presunta, oppure quello che scaturisce dalle sentenze dove gli stessi protagonisti ne parlano apertamente.

È Stato la Mafia. No, non è un errore. È il titolo dell’ultimo spettacolo del giornalista Marco Travaglio, spettacolo che ha già girato in tutta Italia nel 2013 e che si sta ripetendo nel 2014. Stato e Mafia: due parole che, se accostate, dovrebbero far accapponare la pelle. Invece, in quasi tre ore, viene ripercorsa tutta la storia recente italiana, dagli anni novanta fino ad oggi, con episodi noti e meno noti. Si parte con la carrellata dei processi che hanno coinvolto Silvio Berlusconi, fino alla recente condanna in via definitiva per frode fiscale. E poi è storia: il novantadue, le stragi che hanno colpito l’Italia, in modo particolare quelle di Capaci e Via d’Amelio; i processi, i segreti e i ricatti, il crollo della Prima Repubblica sotto Mani Pulite, la nascita e la (presunta?) fine della Seconda. Particolare rilievo viene dato alle intercettazioni delle telefonate tra il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e l’ex ministro Mancino, il cui significato viene meticolosamente analizzato sul palco. E se prima si poteva pensare che Mafia e Stato fossero due entità separate, questa idea, al termine dello spettacolo, crolla.

Politica, stragi, mafia, storia, scritti e monologhi di uomini di cultura si intrecciano. Vengono citati Gaber, Pasolini, Pertini, Calamandrei e Flaiano. Testi scritti decine di anni fa ma che, riletti sul palco da Valentina Lodovini e intervallati dalle musiche di Valentino Corvino, risuonano ancora odierni, attualissimi. Parole sulla buona e sulla cattiva politica, sulle buone e sulle cattive abitudini degli italiani. Parole sul malaffare, sui compromessi, ma anche sull’intenzione di non volersi piegare a questi compromessi.

L’amarezza e l’indignazione, al termine dello spettacolo, risuonano in tutto il teatro. Tuttavia è presente anche una nota di speranza, la stessa delle parole di Gaber. “Secondo me gli italiani e l’Italia hanno sempre avuto un rapporto conflittuale. La colpa non è certo degli italiani, ma dell’Italia che ha sempre avuto dei governi con uomini incapaci, deboli, arroganti, opportunisti, troppo spesso ladri, e in passato a volte addirittura assassini. Eppure gli italiani, non si sa con quale miracolo, sono riusciti a rendere questo paese accettabile, vivibile, addirittura allegro. Complimenti!”.