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Il nostro giornalismo e il loro


Orioles

Dalla Catena di SanLibero n. 246. 30 agosto 2004 – Di Riccardo Orioles 

 

Giornalismo. Che differenza c’è fra il giornalismo – per esempio – di Feltri e quello – per esempio – di Baldoni? Non parlo di differenze “politiche”. Da un punto di vista tecnico, voglio dire. La differenza e’ che Feltri grida, mentre Baldoni parla a bassa voce. Non è una novità: anche Appelius gridava (“Il generale Badoglio è entrato ieri ad Addis Abeba”) e anche Hemingway (“Vecchio al ponte”) parlava a bassa voce. Destra e sinistra dunque, attraverso le generazioni? Non solo. C’è qualcosa di più, che attiene proprio alle radici profonde del mestiere. Il giornalismo di Feltri nasce in un mondo sostanzialmente povero di notizie. Un mondo in cui ciò che succede accade lontano, arriva tardi, e incide relativamente poco sulla vita quotidiana. Quest’ultima, a sua volta, è una vita “normale”. Di una normalità che nessuno mette in discussione. “Il generale è entrato ad Addis Abeba”? E che ce ne frega. Non ha importanza, poi, sapere che cosa ne pensa il barbiere di Addis Abeba. Tanto non lo incontreremo mai – il mondo in cui viviamo non ha nulla a che vedere col suo. Da questo discendono subito due cose. La prima è che la notizia coincide con lo scoop, deve avere un “effetto” traumatico immediato e dev’essere gridata. La seconda è che il gestore di questa notizia, essendo uno dei pochissimi autorizzati a gestirla, è una persona importante. Poiché’ non mette assolutamente in discussione (e perché’ dovrebbe?) la “normalità’” del sistema, e poiché’ questo sistema è basato su una gerarchia – ristretta e distinguibile – di piccole e grandi Autorità locali, di notabili insomma, ecco che il giornalista diventa un notabile anche lui. Feltri, e Appelius, in fondo non sono dei giornalisti “fascisti”. Sono semplicemente dei gerarchi, dei notabili, esattamente come il sottosegretario dei trasporti o il podestà di Ravanusa. In più, hanno il bisogno fisiologico di “alzare” emotivamente le “notizie” che danno (“il Negus è semianalfabeta”, “Baldoni è d’accordo coi terroristi”) perché’ il valore delle loro notizie dipende principalmente dall’emotività che veicolano qui e ora. Nel caso di Baldoni – del giornalismo di Baldoni – il background è ben diverso. Non siamo più in un mondo in cui si aggirano pochi e stenti segnali. Siamo in un mondo pieno di informazioni, piccole e grandi, per lo più immediatamente visibili nella nostra vita quotidiana. Il somalo, per me, non è un oggetto esotico che trovo sul giornale: è semplicemente il tizio che sta sull’autobus accanto a me. Siamo nello stesso mondo. Da lui, e dal suo mondo, mi giungono continuamente delle informazioni. Il mondo non è nemmeno più un mondo notabilare, retto da pochi. E’ un mondo ramificato e complesso, in cui il potere è dato dal consenso. Se al mio nipotino non piacciono le patatine McDonald, e questo finisce nei sondaggi, il presidente Mc Donald – un uomo potente – è nei guai. Questa è una novità, una novità che pesa. Così lo scoop, l’effetto, perdono di valore. Gridare è quasi inutile, perché’ qua parlano tutti. Una vociata occasionale può turbare il lettore d’oggi, ma non persuaderlo. Bisogna convincerlo a poco a poco, sommessamente. Ragionare. Parlare. Portare le cose “piccole”, ma fondamentali, su cui la nostra vita si basa, dappertutto. Perciò, se il giornalismo vecchio era quello dell’”effetto”, il giornalismo moderno è quello della “storia di vita”. La storia si può raccontare con molti trucchi tecnici, per lo più molto antichi (presente Erodoto?). Ma i suoi strumenti fondamentali appartengono all’intellettuale umanistico, alla persona; non al “giornalista” nel senso – specialistico – feltriano. Io per esempio sono un giornalista perché’ so usare XPress, calcolare un battutaggio, passare un pezzo, mettere in piedi un cartaceo e così via. Non sono un giornalista per quel che scrivo. Questo può farlo “chiunque”, con una determinata formazione, e lo farà tanto meglio quanto più sarà vivo. Lo strumento culturale di base non è più cioè l’appartenenza a un notabilato specialistico, ma la partecipazione colta e cosciente alla vita quotidiana delle persone. Questo significa subito che, se faccio il giornalista, non sono necessariamente un notabile: sono semplicemente un tecnico specializzato (in XPress). Per il resto, valgo quanto vale la mia sensibilità e la mia cultura: come tutti.
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Il giornalismo antico aveva dei mezzi di distribuzione assai limitati. Marco Polo è riuscito a raccontare quel che aveva visto solo grazie a una serie di colpi di culo (finire in cella con un intellettuale) del tutto imprevedibili. Kipling aveva bisogno di un editore. E tutti abbiamo avuto bisogno di rotative, di distributori, di macchine, in ultima analisi (salvo eccezioni: I Siciliani, Avvenimenti e altri pochi) di un padrone. Il giornalismo antico è, per sua tecnologia, coartabile e centralizzato. Il giornale di Baldoni invece si chiama Bloghdad.splinder.com. Se vai su Splinder, puoi farti il tuo giornale – non dico i contenuti – nel giro d’un paio di ore. Difatti, ce ne sono migliaia. Puoi farlo benissimo anche tu. O puoi fare una mail, un sito, una e-zine come questa. Puoi *comunicare*. Il giornalismo moderno ha dei mezzi di distribuzione illimitati. Non è centralizzato, e non è coartabile da nessuno. L’unica cosa che gli manca è l’antico status notabilare. Questo è un guaio per il giornalista. Ma non per il lettore.
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Questa trasformazione è avvenuta ormai da diversi anni, il suo strumento tecnico è l’internet, la sua ideologia l’umanesimo e il suo backgound storico la globalizzazione. Baldoni c’era dentro fino al collo. Adesso, naturalmente, è un “giornalista” anche lui, ora che è morto. Come la Cutuli (promossa inviata dopo), come Ciriello, come Beppe Alfano ucciso dai mafiosi in Sicilia e pagato tremila lire a pezzo, come quel collega di Catania che in questo momento, per sopravvivere, sta scaricando casse e imballaggi all’aeroporto. “Giornalisti” tutti. Ma forse è arrivato il momento di separare le razze. Se Feltri è giornalista, evidentemente Baldoni non lo è. E viceversa. Non è un discorso moralistico, come si dice. E’ semplicemente un fatto tecnico, di mestiere. Fra vent’anni, vedremo chi dei due sarà considerato storicamente un giornalista e chi no.
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Sarebbe bene che anche coloro che – notabilarmente – tengono i registri del “giornalismo” comincino a riflettere un po’ su queste cose. Mi riferisco all’Ordine dei giornalisti e alla Federazione della stampa. Sono dei club simpatici, che hanno avuto una loro funzione ai tempi del giornalismo antico. Adesso però debbono decidere se vogliono continuare a occuparsi di giornalismo o no. Che fine fanno – tanto per dirne una – tutte le polemiche di salotto su Farina? Renato Farina, braccio destro di Feltri, è quello che ha affermato che Enzo Baldoni era amico dei terroristi iracheni. L’ha scritto nero su bianco, avendone dunque (visto che è un giornalista) le prove. Non l’ha scritto perché’ ce l’avesse in particolare con Baldoni – che gliene frega – ma così tanto per fare lo scoop, per l’”effetto”. Bene: questo Farina è un “giornalista” o no? In questo momento, nel sistema dei notabili, c’è un’autorità precisa che può stabilirlo, ed è l’Ordine dei giornalisti. Mi aspetto che esso risponda a questa domanda, visto che tocca a lui rispondere. Se no, bisognerà pur trarne qualche conseguenza.
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Non è solo l’Ordine, il notabilato, ad essere stato povero in questa vicenda. Io temo che anche la categoria nel suo complesso abbia capito poco di quel che è successo con Baldoni. Il sito non ufficiale più autorevole del giornalismo italiano è, secondo me, il Barbiere della Sera. E’ nato come “giornale” spontaneo dei giornalisti, col preciso intento di mettere in piazza ciò che succedeva dietro le quinte dell’informazione. Povero, scattante, appassionato, ha avuto un suo ruolo preciso in quegli anni. Poi, come a tanti succede, s’è ingrassato e s’è ingrandito, e ora è un bel portale di quelli che appena li clicchi ti sparano subito i flash di pubblicità. Non lo leggevo da qualche tempo, l’ho fatto adesso per vedere il dibattito su Baldoni. Ho trovato quanto segue:
“Poi però al fine settimana, il nostro si mette la tutina da Superman e va a giocare all’inviato di guerra”.
“Lo spirito da avventuriero con cui affronta le sue imprese”.
“E non è un caso che anche ai dirigenti della nostra categoria non sia piaciuto questo finto inviato di guerra”.
“Deaglio, snob della sinistra, vergognati!”.
“Non conosco personalmente Enzo Baldoni, ma che sia un personaggio un po’ egocentrico, e forse anche leggero ma non per questo buono…”.
“Baldoni è simpatico, ma, ripeto, NON lo considero un giornalista”.
“Una persona così è un danno per la categoria”.
Questa, naturalmente, non era l’opinione di tutti. La maggior parte degli interventi erano complessivamente civili. Ma c’erano anche questi – una consistente minoranza – e facevano opinione.
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Anche le giornaliste Rai, se ve lo ricordate, erano “amiche dei terroristi”. Quelle inviate in Iraq, durante e dopo la guerra: sono state insultate esattamente come Baldoni, perché’ “non erano professionali”, erano “simpatizzanti di Saddam” e compagnia bella. Va bene: in questo momento, purtroppo, la cultura di destra in Italia è ridotta a un livello molto basso, e ne escono cose come queste. Potremmo “buttarla in politica”, e finirla qui. Purtroppo, il problema è più profondo e riguarda la complessiva concezione del giornalismo in Italia, l’uscita – per chi vuole e può – dal notabilato e il ruolo, nel giornalismo moderno, dei “giornalisti”.

Due Agosto, la bomba 34 anni fa

“Reti di Memorie” – 2 agosto 1980-2014

Qui il nostro speciale sulla strage della Stazione di Bologna

Oggi l’anniversario della strage alla stazione che provocò 85 morti e oltre 200 feriti. In Senato un minuto di silenzio. Grasso: “Mantenere vivo il ricordo contro cultura della dimenticanza”. Bolognesi: “Governo mantenga impegni presi”. Contestazione di collettivi e centri sociali pro Gaza

 

BOLOGNA - La celebrazione del trentaquattresimo anniversario della strage alla stazione è iniziata in Consiglio comunale alle 8,30con l’incontro tra gli amministratori e l’Associazione famigliari delle vittime presieduto dal sindacoVirginio Merola, dal presidente dell’associazione stessa Paolo Bolognesi e dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti. Alla stessa ora sono confluite in piazza Maggiore anche le staffette podistiche “per non dimenticare” provenienti da tutt’Italia. 

“Il governo italiano non dimentica né questa né nessun altra strage né nessun altro atto di terrorismo compiuto in questi anni nel nostro Paese”. E’ la “rassicurazione” che il ministro Giuliano Poletti ha consegnato oggi ai famigliari delle vittime del 2 agosto, oggi nella sala del consiglio comunale di Bologna. Poletti ha portato i saluti del premier Matteo Renzi. “L’obiettivo del governo è quello di dare piena attuazione alla legge 206 per il risarcimento alle vittime delle stragi. E’ un obiettivo da raggiungere al più presto possibile in maniera equa e piena”. “Ogni risarcimento – ha aggiunto Poletti parlando ai familiari delle vittime – non può cancellare lo strazio e il dolore, ma può dare il senso che lo Stato è vicino a chi ha sofferto. Il lavoro sta andando avanti, abbiamo inserito alcune norme che risolvono una parte significativa dei problemi, ci sono ancora alcuni nodi irrisolti. Ma questo metodo ha dato buoni frutti – ha concluso Poletti – e l’obiettivo del governo è raggiungere un’applicazione piena di questa legge”.

Anche la figlia di Aldo Moro, Agnese, è a Bologna oggi. A lei si è rivolto il presidente dell’associazione dei familiari delle vittime, Paolo Bolognesi, nella sala del consiglio comunale e ringraziandola per la presenza insieme “ai figli di Bachelet e al figlio del giudice Amato”, ai parenti della strage dell’Italicus, di piazza della Loggia e del Rapido 904: tutti “avvenimenti luttuosi” che hanno scandito “la storia criminale e politica del Paese”. Intanto, “ogni anno aumentano” i familiari delle vittime della stazione presenti alle cerimonie (quest’anno, alla vigilia della commemorazione di oggi ne risultavano oltre 140), sottolinea Bolognesi: “Non una riunione di reduci ma di persone che vogliono affrontare il futuro con le riforme che servono per la democrazia e a recuperare la vita civile del Paese”. Non si tratta solo di ricordare il passato, aggiunge il presidente: bisogna “rendersi conto che se viviamo una situazione di questo tipo è anche perché non si sono tratte le conseguenze di quello che sono stati questi anni” scanditi dalle stragi, che non hanno permesso all’Italia di “maturare dal punto di vista democratico”. Ha poi ricordato l’impegno del governo suirisarcimenti alle vittime: “Dopo dieci anni di immobilismo, si
è rimessa in moto la macchina che dovrebbe far funzionare completamente la legge 206 sui risarcimenti per le vittime. L’anno scorso abbiamo ascoltato il ministro Delrio che in quest’aula prese una serie di impegni precisi: non tutto è stato fatto, però molta parte sì”, ha rilevato Bolognesi. Questo, ha aggiunto, “è un buon avvio e mi auguro che gli impegni presi allora si mantengano e che al più presto i punti irrisolti vengano risolti”.

L’Aula del Senato ha osservato un minuto di silenzio in memoria delle vittime della strage. Il momento di riflessione è stato proposto dalla vicepresidente Valeria Fedeli ai Senatori. Anche il presidente del Senato, Pietro Grasso, invia un messaggio. “Nonostante il passaggio inesorabile del tempo- scrive Grasso- costituisce un nostro preciso imperativo morale mantenere vivo il ricordo di quel giorno, non solo per rendere omaggio a persone innocenti, che per mano di una violenza cieca e insensata, sono state strappate alla vita e agli affetti, ma, soprattutto, per alimentare la memoria della nostra storia contro la ‘cultura delle dimenticanza’”.

“Al perpetuarsi del ricordo di quei tragici eventi anche da parte delle generazioni che non li hanno vissuti deve infatti accompagnarsi una esauriente risposta all’anelito di verità che accomuna i familiari e l’intero Paese”. Lo scrive ilPresidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel messaggio a Paolo Bolognesi. “A trentaquattro anni dalla strage consumata alla stazione di Bologna – afferma il Capo dello stato – il mio pensiero partecipe e commosso va alle ottantacinque vittime, agli oltre duecento feriti, segnati dall’orrore di quella mattina, e all’incancellabile dolore dei loro famigliari”. Per Napolitano “La strage è stata frutto di una stagione di intolleranza e di violenze che non può essere dimenticata. Merita pertanto gratitudine e apprezzamento l’impegno civile dell’Associazione da lei presieduta, che persegue una riflessione costante su quel barbaro attentato, invocando un compiuto accertamento degli aspetti non ancora chiariti”. “Con questo spirito,  esprimo a lei,  illustre Presidente, ai feriti e a tutti i famigliari delle vittime – conclude – la mia affettuosa vicinanza e i sentimenti di partecipe solidarietà di tutta la Nazione”.

Alle 9,15 è partito da piazza Nettuno il corteo che, attraverso via Indipendenza, è giunto in piazza Medaglie d’Oro.

“‘L’anno scorso ero con Bolognesi e tanti altri, nella piazza della stazione di Bologna, per la cerimonia di commemorazione delle vittime della terribile esplosione che nel 1980 spezzò la vita di 85 persone e ne ferì altre 200. Non era facile per me, appena eletta alla presidenza della Camera, rappresentare quelle istituzioni che non sempre erano state in grado di rispondere alla richieste di verità e giustizia. Ricordo ancora l’emozione di essere su quel palco, così come la calorosa accoglienza”. Lo scrive su Facebook la presidente della Camera,Laura Boldrini. “Quel giorno ho ribadito il mio impegno alla massima trasparenza. Fin dall’inizio della legislatura, la Camera ha deciso di togliere il segreto da molti documenti a cui hanno lavorato le Commissioni di inchiesta presiedute da deputati – conclude la Boldrini -. Mi auguro che, anche attraverso questo contributo, possano essere compiuti quei passi decisivi che ancora ci separano dalla verità sui mandanti e gli ispiratori delle stragi”.


Dopo un minuto di silenzio alle 10,25, ora dell’esplosione, ha parlato il sindaco Virginio Merola: “Noi bolognesi, da 34 anni, ci stringiamo con affetto e solidarietà nel ricordo di una strage terribile, ci ritroviamo e torniamo a sentirci una comunità con la nostra presenza a questa manifestazione. Una comunità che vuole verità e giustizia e che sarà determinata in questa richiesta fino a quando la verità giudiziaria sarà completata dall’accertamento dei mandanti, dei complici, dei responsabili di manovre di depistaggio. In questi 34 anni, insieme alle associazioni dei familiari delle vittime del 2 Agosto, dell’Italicus, del rapido 904, di Brescia, Piazza della Loggia, di Milano Piazza Fontana, della Uno Bianca, ai familiari di Marco Biagi, i Comuni di Milano, di Brescia, di Bologna, di San Benedetto val di Sambro e tanti altri comuni italiani hanno ricordato che il terrorismo vuole distruggere la democrazia e negare i valori alla base della nostra Costituzione”.

LA CONTESTAZIONE. Come promesso, alla fine del minuto di silenzio, centri sociali, movimenti e sindacati di base, che hanno sfilato oggi nel corteo per il 2 agosto hanno fatto retromarcia per abbandonare piazza Medaglie d’oro, ma non del tutto in silenzio. Infatti, non appena è stata data la parola al sindaco, si sono levati dei fischi dal gruppo di persone che oggi è sceso in piazza anche per condannare il bombardamento di Gaza. Oltre ha fischi si sono sentite le urla “vergogna, vergogna”. 

A seguire la deposizione di una corona sul primo binario in memoria del sacrificio di Silver Sirotti, ferroviere morto nella strage dell’Italicus, e alla partenza (11,15) dal piazzale est del treno straordinario per San Benedetto Val di Sambro con deposizione di corone sulle lapidi che ricordano le stragi dell’Italicus e del Rapido 904 con gli interventi del sindaco Alessandro Santoni e di Vincenza Napoletano, presidente dell’associazione vittime della strage del Rapido. 

Alle 11,15 messa nella chiesa di San Benedetto in via Indipendenza celebrata dal Vicario della Diocesi Giovanni Silvagni, mentre un quarto d’ora dopo sarà deposta un’altra corona in via Stalingrado 65, questa volta in memoria deitassisti deceduti

Gli ultimi appuntamenti saranno alle 16,30 al centro sportivo Barca, dove si disputerà un torneo di calcio alla memoria, e alle 21,15 in piazza Maggiore dove sarà allestito il concorso internazionale di composizione.

 

Tratto da Repubblica Bologna

Mi chiamo Elisabetta Lachina e appartengo alla strage di Ustica

 

Dal nostro mensile “Ustica…Stato disperso”

Mi chiamo Elisabetta Lachina e appartengo alla strage di Ustica.

La sera del 27 giugno 1980 a bordo del DC9 IH870 c’erano anche i miei genitori: Lachina Giuseppe e Reina Giulia.

Quel lontano venerdì 27 giugno 1980 avevano deciso in tarda mattinata di recarsi in Sicilia.

Erano partiti da Padova per l’aeroporto Marconi di Bologna senza prenotazione, speravano di avere fortuna, speravano di trovare posto sul volo delle 18.15 per Palermo, erano stati inseriti nella lista d’attesa, sperando nella rinuncia di qualcuno.

E quel qualcuno in aeroporto non arrivò mai e senza saperlo cedette loro il proprio destino.

All’epoca io avevo 18 anni ed ero a casa con mia sorella Linda che, a giorni, avrebbe compiuto quattordici anni.

Linda era molto arrabbiata con mamma e papà perché avrebbe dovuto partire per la Sicilia anche lei: era il regalo per la sua promozione scolastica.

Mio papà, alle 17.30, mi telefonò dicendo che non c’era posto sul quel volo e che erano stati inseriti nella lista d’attesa, se nessuno avesse rinunciato a quel volo, sarebbero andati all’aeroporto di Roma.

Ero in attesa di notizie …

Alle 23.30 ricevetti la telefonata di mia zia che, urlando come impazzita, mi disse di accendere la televisione e riattaccò.

Spiegarvi cosa ho provato in quei momenti è difficile, non capivo cosa stesse succedendo o forse mi rifiutavo di farlo; era tardi e ancora non avevo avuto nessuna notizia del loro arrivo.

Quella telefonata, ma soprattutto quel silenzio, erano la prova che qualcosa di tremendo stava succedendo, anzi era già successo.

Mi precipitai in sala da pranzo e accesi la televisione, ma non vidi e non sentii nulla e così la richiamai e con voce tremante e il cuore in gola le chiesi spiegazioni.

Mi disse che l’aereo partito da Bologna alle 20.08 per Palermo, era scomparso dai radar e che aveva ancora tre ore di autonomia.

Tranquillizzai mia zia dicendo che su quel volo non c’era posto e che con molta probabilità avevano preso un altro aereo.

A volte, quando l’evidenza è così evidente, ci nascondiamo da essa, ci illudiamo.

Il loro silenzio era una evidente prova che erano a bordo di quell’aereo ma io allontanavo quel pensiero.

Mia sorella Linda, appresa la notizia, si sedette sulla sedia dove di solito si sedeva la mamma.

Mi avvicinai a lei per rassicurarla; era seduta in totale silenzio, aveva lo sguardo perso nel vuoto, le labbra serrate come una cesoia, nessuna espressione colorava il suo viso, era diventata fredda, di marmo, le braccia penzoloni le scendevano sul corpo che sembrava privo di vita, le dita incrociate come a scongiurare una tragedia imminente.

Le dissi che, di sicuro, avrebbero chiamato a momenti per avvisarci che erano arrivati a Palermo, era questione di pochi minuti.

Iniziai a telefonare all’aeroporto di Bologna, di Palermo, di Roma, ma avevano staccato tutte le linee, non riuscivo a mettermi in contatto con nessuno, nessuno rispondeva.

Aspettai l’arrivo di mio fratello Riccardo che partì subito per Bologna; dovevamo sapere se erano a bordo di quel maledetto aereo.

Alle 2.30 di notte mio fratello mi telefonò dall’aeroporto e mi disse: “Elisa, la macchina di papà e mamma è in parcheggio … torno a casa”.

Ricordo molto bene quella lunga e interminabile notte, ricordo quel silenzio che ci circondava, ricordo ogni nostro movimento, respiro, speranza, illusione, lampi di luce e di buio.

Soli, in attesa di notizie, mentre il buio ci avvolgeva e gli spettri della paura ci divoravano lentamente…

Il giorno dopo la televisione annunciò il disastro mostrando i corpi che galleggiavano privi di vita in mare. Mio fratello partì subito per Palermo in cerca di mamma e papà.

Mio padre venne trovato e riconosciuto il lunedì mattina e mia madre il giovedì: quello che restava di lei.

La loro telefonata non arrivò mai …

La mia famiglia era una famiglia come tante, come la vostra, come quella del vostro vicino di casa e in un attimo venne distrutta; avevo la vostra età e tutto il mondo mi era crollato addosso.

Vi ho raccontato brevemente le prime ore della nostra tragedia di 31 anni fa, quelle ore che hanno cambiato la mia, la nostra vita per sempre.

Quotidianamente veniamo bombardati da notizie di guerre, omicidi, stupri, rapine e quant’altro, spesso apprendiamo queste notizie dal telegiornale mentre pranziamo o ceniamo, le immagini ci scorrono davanti senza che noi ce ne accorgiamo, ci scivolano addosso senza toccarci minimamente: siamo diventati sordi e ciechi davanti alla brutalità della vita, probabilmente è perché non ci appartengono: è successo agli altri e non a noi!

Viviamo le nostre giornate nell’indifferenza totale senza mai guardare dentro gli occhi delle persone che incontriamo.

Potremmo essere coinvolti! Meglio evitare.

La strage di Ustica … che cos’è?

La strage di Ustica è l’incidente aereo più tragico e misterioso della nostra storia italiana.

A bordo di quell’aereo c’erano 81 persone che persero, oltre alla loro vita, anche la loro identità perché da quel momento non furono più chiamate con i loro nomi, ma furono solo denominate: “le 81 vittime”.

Ogni persona a bordo di quel maledetto aereo aveva un nome e un cognome; a casa ad aspettarli c’erano dei fratelli, delle sorelle, dei figli, dei mariti, delle mogli, dei genitori.

Noi, parenti delle vittime, noi siamo “gli invisibili”.

Noi, che in questi 31 anni abbiamo vissuto cercando di capire cosa era successo ai nostri familiari, perchè sono morti e in che circostanze sono stati uccisi.

Perché? Da chi?

Noi, che abbiamo lottato contro un mostro nascosto nel buio che ci ha tormentato ogni momento della nostra esistenza. Il mostro della menzogna! Perché?

Perché la strage di Ustica è un insieme di bugie, di depistaggi, di reticenze, di omissioni, di false testimonianze, di indagini, di processi e assoluzioni e … di verità dell’ultimo minuto, ma soprattutto la strage di Ustica è fatta anche di speculatori della verità.

Noi “invisibili” siamo stati prigionieri per 31 anni di una verità negata, non abbiamo mai potuto elaborare il lutto e questo ha condizionato tutta la nostra vita, incidendo su ogni scelta presa.

Non abbiamo potuto seppellire i nostri cari dignitosamente, era un nostro diritto come è un diritto di tutti i cittadini italiani.

Appartenere alla strage di Ustica è come indossare un abito stretto che toglie il respiro, un abito che ci hanno cucito addosso senza che noi volessimo; è un marchio che ci portiamo nell’anima.

In questi lunghi ed estenuanti 31 anni, ogni giorno, ogni mese, ogni anno, ma, sopratutto ogni anniversario, ci siamo illusi che qualcuno o per meglio dire: “i custodi della verità” abbiano il coraggio di parlare, di confessare quella verità così scomoda e difficile da dire, da raccontare, così difficile da sconvolgere tutto il sistema in cui viviamo.

Una parte di verità noi l’abbiamo conquistata con il grande ed estenuante lavoro del giudice Rosario Priore che ha concluso la sua indagine nel 1999, con una sentenza ordinanza.

Ora, malgrado ci manchino solo i nomi degli assassini, ci sono ancora persone che ignorano quella sentenza e gettano fango sul lavoro del Dottor Priore riproponendo la tesi della bomba collocata nella toilette del DC9, tesi scartata dai periti, cosa

impossibile, visto che il water e la tavoletta del water sono stati ritrovati integri.

E’ chiaro ed evidente che quello che è successo quella maledetta sera del 27 giugno 1980 è difficile da confessare, ma noi abbiamo diritto si sapere che cosa è successo ai nostri familiari, abbiamo il diritto di conoscere la verità.

E’ successo a noi ma poteva e potrebbe capitare a chiunque.

Non fermatevi mai alle apparenze, documentatevi sempre e ragionate con la vostra testa.

Sul caso di Ustica troverete in rete molti documenti originali sulla strage, andate a curiosare sul sito www.stragi80.it, oppure sul sito www.stragediustica.info, lì troverete le foto del famoso e tanto discusso water, troverete le registrazioni di quella sera degli addetti ai radar, lì troverete tutte le risposte ai vostri quesiti.

Alla domanda che mi è stata posta, se odio le persone che hanno ucciso i miei genitori, rispondo che, malgrado questa mia orribile esperienza, ho ancora una grande fiducia nella giustizia italiana e concludo dicendo che chiunque abbia anche solo depistato o nascosto la verità è colpevole della morte di 81 persone ed è come se li avesse uccisi con le proprie mani.

Io non li odio ma provo pena e vergogna per loro: la verità vi e ci rende liberi.

 

Testimonianza di Elisabetta Lachina a 31 anni dal quel 27 giugno 1980.

Una testimonianza che vi abbiamo riproposto qui, nel 33° anniversario della Strage di Ustica.

Agli albori dell’antimafia: la strage di Ciaculli

Di Valeria Grimaldi

 

Un’auto, del tritolo, un’esplosione.

 

Un’equazione che oggi nel 2013 risulta facile da risolvere, perché vista fin troppe volte.

Ma esattamente 50 anni fa, il 30 giugno 1963, era impensabile, o quantomeno imprevedibile, che la mafia potesse usare mezzi così efferati e sofisticati non solo per imporre il suo dominio in terra siciliana, ma per lanciare un avvertimento allo Stato come per dire “se lasciate in pace la mafia, la mafia lascerà in pace voi”.

A quel tempo di mafia non se ne parlava: la sola parola era impronunciabile. Era la tipica mafia pittoresca agricola e rurale, da coppola e lupara, quella dei grandi capi nei piccoli paesi che al loro passaggio la gente levava il cappello e chinava la testa in segno di rispetto. Una mafia del “nenti sacciu” dove chi sapeva della sua esistenza erano i soli che regolarmente cercavano di contrastarla sul territorio, come le forze dell’ordine.

E non a caso proprio la strage di Ciaculli, la prima di quell’equazione che vedrà ripetersi nell’arco di decenni, vede come vittime 7 uomini delle forze dell’ordine: il tenente dei carabinieri Mario Malausa, i marescialli Silvio Corrao Calogero Vaccaro, gli appuntati Eugenio Altomare Mario Farbelli, il maresciallo dell’esercito Pasquale Nuccio e il soldato Giorgio Ciacci.

 

Il contesto nel quale si svolge la strage è quello della prima guerra di mafia, quando il potere di Cosa Nostra era impegnato soprattutto nel traffico di stupefacenti: è proprio da una partita di eroina che, dal dicembre 1962, si consumarono una serie di omicidi per le strade di Palermo (a partire dal corriere della partita inviato in America Calcedonio di Pisa), e che ha visto contrapporsi i fratelli Angelo e Salvatore la Barbera (capi della famiglia mafiosa di Palermo Centro) da un lato, e Salvatore Greco detto “Ciaschiteddu” (capo della cosca mafiosa di Ciaculli) dall’altro.

 

La mattina del 30 giugno 1963, una telefonata anonima alla questura di Palermo, avverte la presenza di una Alfa Romeo Giulietta sospetta lungo la statale Gibilrossa-Villabate, nei pressi di Ciaculli. La squadra di carabinieri mandata sul posto, all’arrivo, trova sul sedile posteriore una bombola di gas agganciata ad una miccia semibruciata. La bombola è riconosciuta come non pericolosa, e viene quindi dissinnescata.

Ma, nell’ispezionare l’abitacolo, il tenente Mario Malausa apre il portabagagli dell’auto: innesca così l’esplosione del tritolo contenuto al suo interno, dilandiando sul colpo i sette carabinieri presenti.

 

Le indagini portarono a sospettare come autori della strage i mafiosi Pietro Torretta, Michele Cavataino, Tommaso Buscetta e Gerlando Alberti, quali esecutori mandati contro Salvatore Ciaschiteddu Greco (che nel febbraio dello stesso anno aveva visto farsi esplodere la propria abitazione a Ciaculli da un’altra autobomba). Nessuno dei sospettati però, nei tempi a ridosso della strage, verrà rinviato a giudizio. Sarà Tommaso Buscetta, divenuto collaboratore di giustizia nel 1984, a dichiarare Cavataino come unico responsabile della strage. Cavataino, detto “Il Cobra”, secondo le dichiarazioni di Buscetta, sarebbe stato mandato a eseguire l’attentato contro Greco per far ricadere la responsabilità sui La Barbera. Dietro Cavataino, ci sarebbe stato un consorzio di famiglie mafiose della zona nord-ovest di Palermo che volevano opporsi al potere della prima Commissione (cioè la cupola mafiosa costituitasi nel 1957 tra mafiosi americani e siciliani) e a figure come quelle di Greco. In realtà nessuna di queste circostanze verrà mai pienamente accertata.

 

Il concetto di antimafia comincia a costruirsi nel corso di questi anni. A seguito dei continui omicidi dovuti alla prima guerra di mafia, e all’indignazione scaturita dalla Strage di Ciaculli, si assiste non solo ad un sollevamento a livello sociale (negli anni precedenti in pochi avevano cercato di rompere l’omertà mafiosa, primo fra tutti il quotidiano “L’Ora” di Palermo), ma ad una presa di posizione dello Stato. Una settimana dopo la strage si costituisce infatti la prima Commissione Parlamentare Antimafia.

 

A 50 anni di distanza non si può fare altro che prendere atto che spesso, troppo spesso, le Commissioni Antimafia non hanno esperito a pieno quanto era in loro potere nel cercare di porre il timbro di verità sulle tante stragi che hanno caratterizzato la giovane storia del nostro Paese. Questo perché nel corso del tempo fin troppi ambienti politici hanno tessuto legami ed interessi con gli esponenti della criminalità organizzata, facendole acquistare una forza difficilmente estirpabile al giorno d’oggi. Esiste al tempo stesso un’antimafia sociale che proprio sull’onda di queste stragi sta cercando di porre l’attenzione sulla necessità di fare chiarezza una volta per tutte.

Sono proprio le forze dell’ordine che negli anni hanno visto dimmezzarsi le proprie risorse contro una battaglia nella quale si sentono quasi sempre abbandonati e della quale sono prima di tutti le vittime, insieme ai magistrati che spesso accompagnano come scorta o che aiutano nelle indagini.

 

Quindi non si può fare altro, a distanza di 50 anni, che auspicare un riconoscimento vero a chi ogni giorno sul territorio mette in campo le proprie competenze e la propria voglia di sconfiggere la mafia in veste di poliziotto o carabiniere. E il modo migliore per farlo è ricordare questi primi caduti di mafia: il tenente dei carabinieri Mario Malausa, i marescialli Silvio Corrao Calogero Vaccaro, gli appuntati Eugenio Altomare Mario Farbelli, il maresciallo dell’esercito Pasquale Nuccioe il soldato Giorgio Ciacci.